Cronorifugio di Georgi Gospodinov

Cronorifugio è l’ultimo romanzo di Georgi Gospodinov, tradotto da Giuseppe Dell’Agata per la casa editrice Voland, che me l’ha inviato insieme a Sindrome da panico nella Città dei Lumi di Matei Visniec, facendo di me una lettrice molto felice. Ho finito di leggere Cronorifugio a fine dicembre, e mentre leggevo ricordo che avevo moltissimo da dirne, eppure sono settimane che cerco di scriverne qualcosa e finisco sempre per cestinare i tentativi. Ora, per come sono fatta mi arrendo facilmente alla mancanza di ispirazione, e dovendo seguire la mia naturale predisposizione dovrei rimandare la recensione a data da destinarsi, tanto più che con Cronorifugio Gospodinov ha vinto lo Strega europeo ed è diventato anche in Italia un discreto caso letterario: non è che Georgi stia proprio aspettando la mia recensione col fiato sospeso, ecco. Però questa volta mi va di sforzarmi. Non so perché. È anche piuttosto raro. Quindi, vediamo…



Il protagonista di Cronorifugio è Gospodinov stesso. Ci troviamo di fronte a un caso evidente di auto-fiction, auto-fiction fatta bene, che non sa di auto-assolutorio né di sfogo frustrato. È un po’ come se l’autore si fosse detto “Devo creare un personaggio che abbia col tempo e con la letteratura questo tipo di rapporto, che sia fatto così e cosà… ma diamine, sono io, che altro mi serve?”. Non è quello che dice nell’intervista uscita su Il rifugio dell’Ircocervo, ma tant’è, è stata la mia impressione e credo riesca a rendere l’idea. Il romanzo come specchio giocoso, che deforma solo l’ambiente sullo sfondo. Il tempo, come si può intuire facilmente dal titolo, è un elemento essenziale dell’opera. Tutto nasce da un’idea assurda, e si svolge come il racconto che l’autore fa di un’esperienza che si è allargata troppo e di cui ha perso il controllo: cliniche per malati di Alzheimer, persone che hanno smesso di vivere il presente e che non possono che trarre giovamento dall’essere trapiantate in un tempo di cui hanno memoria. È un’idea balzana, ma efficace perché segue una logica tutto sommato sensata, e poggia su intenti innegabilmente nobili: alleviare le sofferenze della parte più vulnerabile della popolazione, non perché sia utile, ma perché è possibile, e dunque umanamente doveroso.

L’idea compete e non compete allo stesso Gospodinov: ora, l’auto-narrazione qui non è univoca, ma si sdoppia in due personaggi. C’è la voce narrante che è quella dell’autore e c’è quella di Gaustìn, agente indipendente dall’autore, nonché sua emanazione. Gaustìn è il grande motore: è colui che vede ciò che si può fare e lo pianifica, trascinando Gospodinov nell’impresa, e lungo una china che è impossibile dire dove andrà a finire. Cronorifugio si apre nel piccolo, si insinua come possibile, si normalizza, e poi cresce, e la crescita si fa esponenziale – e poi non dico altro, ci mancherebbe, spero di essere stata abbastanza vaga da non rovinare la lettura a nessuno.



Il tempo, negli ultimi tempi – ahah – ha iniziato ad affascinarmi parecchio. Intanto perché è incredibile quanto sia relativo, e quanto questa relatività sia difficilmente rilevabile. Le teorie sulla natura del tempo suonano incredibilmente strampalate: ci sono il presentismo – secondo cui esiste solo e soltanto il momento presente – e l’eternalismo, secondo cui ogni tempo esiste continuamente, anche se noi possiamo esperirlo soltanto un momento per volta, proprio come non possiamo trovarci a Siena e a Torino contemporaneamente. La seconda tesi è al momento quella preferita dai fisici teorici, anche se è quella che ha un suono più fantascientifico. Ma pure Agostino – da cui Gaustìn eredita parte del nome – del tempo aveva detto cose assurde: che è un’esperienza soggettiva propria dell’essere umano, e non una misura immanente – non l’ho mai studiato, purtroppo, ma ne chiacchierava l’amico Calvino nelle sue Lezioni americane. Il tempo è un mistero, e il suo fascino è quello.

Ma Cronorifugio non è “soltanto” un romanzo sul tempo, perché affronta il tempo proprio alla maniera agostiniana: come esperienza soggettiva, quindi attraverso il legame tra il tempo e gli individui, che in quest’opera compaiono sia come singoli personaggi che come gruppi sociali, eredi del passato in cui sono cresciuti, vittime, artefici e spettatori della Storia. Ci sono la Bulgaria del passato, la Bulgaria del presente, l’Europa del presente-passato, l’Unione Sovietica passa a salutare. È un romanzo sul cambiamento, sull’involuzione, sulla sfida all’entropia: il passato non può tornare, eppure. Gospodinov si tuffa in quell’eppure e articola la sua opera attraverso la missione che gli ha conferito Gaustìn.

Ora, questo è il punto in cui dovrei ricapitolare, tirare le somme, concludere con una chiusa che sia coerente con quanto già affermato senza ridondanze. Ma arrivata all’undicesimo anno su blogger ho finalmente capito che le chiuse non sono né saranno mai il mio forte, quindi


 

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